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Il problema della guerra



I


La guerra c’è. Come una macchia d’olio si allarga sul mondo senza incontrare visibile resistenza.

Avantieri era la guerra in Etiopia, e continua. Da quattordici mesi è la guerra in Spagna, e continua più che mai accanita estendendo la zona delle ostilità dal golfo di Biscaglia fino ai Dardanelli. Nell’Estremo Oriente la guerra del Giappone contro la Cina, incominciata nel 1931, è stata ripresa in queste ultime settimane con furore selvaggio di violenza e di morte. E sull’orizzonte si vedono dense nubi di altre cupe minacce. La Cecoslovacchia sa che sul suo territorio sono puntati i cannoni dell’imperialismo tedesco.

La follia sanguinaria dei governi non sembra trovare argini.

In questa guerra che, come macchia d’olio, va sempre allargandosi e può da un giorno all’altro diventar generale, non vi sono neutrali.

Tutti i governi prendono parte. La neutralità delle potenze di fronte alla conquista giapponese della Manciuria fu una vana pretesa, denunziata dalla evidente parzialità inglese in favore del Giappone. Le neutralità di fronte alla conquista italiana dell’Etiopia fu, anche più evidente, un’ipocrisia inqualificabile. La Francia aveva in anticipo rilasciato carta bianca all’Italia in Etiopia. Le cosiddette sanzioni furono un espediente che si sapeva fin da principio invalido, e non aveva altro scopo che di prolungare l’agonia della Società delle Nazioni. Nata come coalizione dei governi borghesi ansiosi di arginare la rivoluzione sociale scoppiata in Russia nel 1917, la Società delle Nazioni non aveva più ragion d’essere dopo che la coalizione dei governi e delle classi borghesi era riuscita a contenere l’incendio rivoluzionario dei popoli. L’entrata della Russia nella Società delle Nazioni (14/9/1934), significando la rinunzia definitiva del governo bolscevico a patrocinare le aspirazioni rivoluzionarie dei popoli, inflisse all’organizzazione ginevrina il colpo di grazia. Non fu più, e non poteva essere, dopo d’allora, che un cadavere inerte e ingombrante. I governi non tenteranno di resuscitare il mito ginevrino se non quando ricomparirà all’orizzonte il «pericolo rivoluzionario».

Il non-intervento delle potenze di fronte all’invasione fascista della Spagna è, se possibile, un’ipocrisia anche più ignominiosa: ha servito a privare la Repubblica iberica delle armi di cui aveva bisogno per difendersi dagli invasori tedeschi e italiani, mentre non ha opposto il minimo ostacolo a che questi mandassero in Spagna tutte le armi e tutti gli armati che volevano.

Ancora si sente parlare di pace e di neutralità, ma non c’è pace né neutralità per alcuno. Tutte le navi mercantili che tentano di accostarsi alla spiaggia iberica sono fatte bersaglio dei siluri delle flotte fasciste che solcano al largo della Spagna — qualunque sia la loro bandiera. E nelle stesse acque incrociano flotte di governi che si dicon non-fascisti, non già per difendere il diritto della Spagna a darsi, in indipendenza, le istituzioni che preferisce, ma per tutelare i propri interessi imperialisti. Altrettanto avviene nell’Estremo Oriente, dove le conquiste giapponesi incominciano ad allarmare seriamente gli imperialismi europei e l’americano.

La pace e la neutralità sono, nei proclami ufficiali, le aspirazioni costanti del governo degli Stati Uniti, infatti, appena scoppiato il conflitto iberico, questo governo fece approvare dal Congresso una legge di neutralità, di cui si servì per chiudere il mercato delle armi al governo della repubblica. Ma sebbene sia chiaro a tutti che la guerra spagnola è diventata una guerra d’indipendenza contro gli invasori tedeschi, italiani e portoghesi, il governo «neutrale» degli Stati Uniti ha continuato e continua a permettere che i governi d’Italia, di Germania e del Portogallo comprino nel suo territorio le armi ed ogni altro materiale bellico, di cui hanno bisogno per sostenere la guerra di conquista in Spagna. Sui fronti iberici si trova, infatti, che le truppe fasciste usano armi e munizioni fabbricate negli Stati Uniti. La «neutralità» di questo paese nei confronti della guerra iberica, opera quindi a vantaggio esclusivo di una delle parti guerreggianti e non è neutralità, ma frode e menzogna.

Viceversa, il governo degli Stati Uniti non ha creduto opportuno d’invocare l’applicazione della legge di neutralità nei confronti della riaccesa guerra nell’Estremo Oriente. Le ragioni di questo mancato zelo neutralista sono evidenti: l’applicazione della legge di neutralità a questo conflitto gioverebbe al Giappone che non ha urgente bisogno di rifornirsi di materiale bellico negli Stati Uniti, mentre nuocerebbe alla Cina che ha, urgentissimo, questo bisogno. Ora, l’imperialismo americano sa che, un giorno o l’altro, dovrà misurarsi, sul Pacifico, con l’imperialismo giapponese, e non trova conveniente che, nell’attesa di quel giorno, il Giappone diventi padrone delle ricchezze e delle risorse di un grande impero asiatico. Ma queste ragioni, logiche dal punto di vista imperialista, smascherano una volta ancora l’ipocrisia della neutralità americana.

Nel cozzo violento dei grandi interessi imperialisti delle nazioni, non vi sono neutrali. Tutti sono coinvolti. La guerra generale è potenzialmente in atto, e ciascuno prende la posizione che giudica opportuna per difendere i propri possedimenti o per aumentarne l’estensione a spese altrui.

I corsari si lanciano all’arrembaggio e le ciurme che pagano, e pagheranno ancor più diffusamente, in lacrime e in sangue, il prezzo della preda, sono i popoli, sono le greggi umane, senza distinzione di sesso o di età.

Raymond Clapper scriveva il 27 u.s.:

«Non è più possibile agli eserciti di far scudo al cuore della patria — disse a Berlino il Col. Lindbergh, due anni fa. — Nessun esercito può fermare alcun attacco aereo, così come nessuna maglia d’acciaio può fermare alcun proiettile di fucile.

Gli eserciti non sono più in grado di proteggere le nostre famiglie. Le nostre biblioteche, i nostri musei, tutte le istituzioni che più teniamo in considerazione, sono aperte al bombardamento aereo.

Quando penso che un giorno o due bastano per distruggere cose che non potranno mai essere sostituite, vedo che noi abbiamo il dovere di cercare un nuovo tipo di sicurezza — la sicurezza che viene dall’intelligenza anziché dalle fortezze.

Il British Museum, con le sue reliquie di civiltà antiche, con la sua gemma Rosetta, coi suoi papiri egiziani, i suoi marmi preziosi, può esser distrutto in un batter d’occhio da un aeroplano che dieci minuti avanti non era ancora visibile dal suolo britannico.

In Spagna, come a Shanghai, noi vediamo per la prima volta che cosa possa essere la guerra aerea. Come Lindbergh disse, nessun esercito può evitarla. Si può soltanto fare atto di vendetta uccidendo un egual numero di donne e di bambini impotenti nel paese nemico, o distruggendone le istituzioni di gran valore. Queste stragi non decidono le sorti della guerra. Ne aumentano semplicemente l’orrore. Sono il sostituto dell’uomo civile alla tortura dei prigionieri di guerra in uso presso i primitivi. Con tutte le nostre meravigliose invenzioni, noi siamo in grado di infliggere, dietro le linee del nemico, torture infinitamente più atroci. Questa è la barbarie dell’era meccanica.

Quando Carlyle disse che tra la civiltà e la barbarie stavano, sola barriera, nove pasti, non immaginava certo che in breve tempo sarebbero state inventate macchine tali da permetterci di avere i nostri pasti e la barbarie insieme».

Questo il prezzo del brigantaggio voluto e imposto al genere umano dalla borghesia dominante: rovina, distruzione e morte — ritorno alla barbarie!


Non v’è proprio più rimedio? È proprio inevitabile questo suicidio collettivo della stirpe e del progresso?

Il modo di salvarsene c’è sempre e sarebbe un modo di riuscita sicura.

Che cosa costrinse i governi a sospendere le ostilità nell’autunno del 1918? Non la vittoria degli Alleati, che fu nella maniera più squallida contumace. Ma il crollo degli imperi centrali, conseguenza diretta e immediata della Rivoluzione Sociale iniziata dai popoli.

I governi, fondati sul dominio di classe e custodi del privilegio, si accaniscono nelle sanguinose competizioni dei loro imperialismi sol quando non hanno altro da fare, cioè quando, sicuri della fedeltà e della devozione dei popoli soggetti, non scorgono alcuna minaccia sul fronte della guerra di classe. Ma non appena su questo fronte compare l’ombra di una seria minaccia, i governi si affrettano ad appianare le loro rivalità ed a fare il fronte unico (Santa Alleanza, Società delle Nazioni, Comitato pel non-intervento in Spagna) delle classi privilegiate contro il pericolo comune della rivolta dei diseredati.

Come nel 1918 e negli anni immediatamente seguenti, la rivolta dei diseredati, scoppiata in Russia prima e diffusasi nel Centro e nel Mezzogiorno d’Europa, indusse i governi a deporre le armi della guerra di frontiera, così oggi, così domani, così sempre, il rimedio contro il pericolo della guerra generale degli imperialismi rivali della borghesia è, e sarà, la rivoluzione sociale dei popoli.

Che i diseredati del mondo inalberino lo stendardo della rivolta; che i lavoratori di Francia, d’Inghilterra, del Belgio, di Russia, degli Stati Uniti, d’ogni altro paese tentato di ingolfarsi nella carneficina incominciata, scendano sulla strada e sulle piazze, armati e risoluti, ad iniziare quell’opera di espropriazione della ricchezza e di liquidazione delle classi dominanti, che è condizione inderogabile di pace e di giustizia, di libertà e di progresso, e così facendo, non solo daranno al popolo di Spagna, che tale opera ha intrapreso, quella solidarietà che da un anno invoca, ma daranno ai rispettivi governi occupazioni così urgenti ed assorbenti da distoglierli dai piani di guerra imperialista; e, quel che più conta, solleveranno nei paesi soggetti a dittatura tali ondate di simpatia, di solidarietà e di cooperazione, da costringere gli sparafucili che hanno sbruffata la porpora di Cesare, a moderare la boria ed a rinfoderare la spada imperiale.

Dall’abisso della guerra che impende, i popoli non hanno che una via di salvezza: la Rivoluzione Sociale.



II


La guerra non è più soltanto una minaccia lontana, è una realtà immediata a cui tutti i governi, direttamente o indirettamente, prendono parte e che può da un giorno all’altro travolgere tutti i popoli del mondo. Infatti, che cosa v’è che possa impedire, domani o doman l’altro, una conflagrazione generale nel Mediterraneo, o nell’Estremo Oriente, o nell’Europa Centrale? Nulla, nulla all’infuori del calcolo di questi o quei governanti, i quali possono stimare prematura oggi la ripresa bellica ai fini della propria vittoria; ma tutti sono preparati sin da oggi a combatterla, qualora si ritengano vittime di «provocazioni intollerabili», ma tutti si preparano assiduamente a combatterla, domani, in una corsa forsennata all’armamento e in una gara diabolica all’intrigo diplomatico per assicurarsi alleanze e complicità.

Per eludere questa realtà sanguinosa e il maggior pericolo ch’essa comporta, non v’è che un mezzo: la rivolta dei popoli contro i governi e contro le classi che meditano di spingerli al massacro più atroce che abbia mai registrato la storia, la Rivoluzione Sociale dei diseredati.

Vox clamantis in deserto!

Chi vuole la Rivoluzione Sociale?


Gli avvenimenti di Spagna, oltre un anno fa, avevano posto il problema della Rivoluzione in una maniera chiarissima per tutto il mondo. Seguendo insieme l’impulso dell’istinto e il consiglio della ragione, i lavoratori di Spagna avevano risposto alla guerra mossa contro di loro dalla coalizione internazionale dei militarismi fascisti, levandosi in massa contro gli aggressori, sbaragliandoli, più per virtù d’eroismo che per potenza d’armi, in cento battaglie cittadine, e procedendo poscia all’espropriazione della ricchezza monopolizzata ed all’organizzazione di un ordine nuovo fondato sulla giustizia economica e sulla libertà politica.

Il fronte della sola guerra in cui i popoli abbiano un vero interesse, il fronte della guerra sociale dove da un lato sono i popoli ansiosi di emanciparsi e dall’altro sono le vecchie caste dominanti affannate a difendere i propri privilegi intolleranti e intollerabili, era tracciato non solo per la Spagna, ma per tutta l’Europa, ma per tutto il mondo.

Sarebbe bastato che i lavoratori d’ogni paese, rispondendo ai reiterati appelli dei fratelli di Spagna, avessero assunto un atteggiamento energico di attiva solidarietà col popolo iberico, perché la situazione si fosse immediatamente chiarita. La coalizione fascista si sarebbe trovata di fronte non soltanto la piccola Spagna, sol di fede e di coraggio armata, ma le moltitudini laboriose di tutto il mondo, e sarebbe, per conseguenza, stata costretta a dimettere la boria e la provocazione, mentre i governi, che hanno consentita o tollerata l’invasione della Spagna, sarebbero oggi — nella misura in cui esistessero — a meno ignobili compiti occupati che a tenere il sacco ai banditi.

I lavoratori non si sono mossi. Minoranze ardite sono andate in Spagna per combattere e morire a fianco dei difensori della libertà e della giustizia, ma le grandi masse matricolate nei partiti e nei colossali sindacati europei e americani non si sono mosse. Hanno preferito seguire i consigli dei loro capi e pastori, i quali, sordi a tutti gli impulsi della solidarietà e ciechi agli insegnamenti di tutte le esperienze, non sanno e non vogliono fare altro che ridurre le aspirazioni, gli interessi e le esasperazioni delle masse lavoratrici, al minimo comune denominatore delle formule stereotipate del calcolo e della politica statale e borghese.

Così, nel momento stesso in cui l’eroismo di un popolo gettava, a salvezza del mondo sospeso tra l’abisso del medioevo e il precipizio della guerra, le barricate della Rivoluzione Sociale, la gente del lavoro chiuse gli occhi a questa unica àncora che le si offriva, e seguì i suoi mali pastori, i quali dissero che in Spagna la Rivoluzione era democratica e borghese, non sociale e proletaria, e ch’era duopo legarne le sorti a quelle dei grandi Stati democratici e borghesi che, soli, grandi, potenti e ricchi, erano in grado di far barriera alla marea fascista dilagante.

Sappiamo quel ch’è avvenuto poi. I grandi Stati democratici e borghesi, per mezzo delle giberne di Stalin, si sono date a soffocare nel sangue dei suoi autori e difensori eroici la Rivoluzione spagnola; ma a far barriera alla marea fascista non hanno pensato mai, hanno anzi provveduto a facilitare la conquista fascista della penisola iberica.


Decimata la Rivoluzione in Spagna, la guerra contro il fascismo minaccia di diventare colà, non più sollevamento di popolo contro una tirannia intollerabile, ma contesa di minoranze rivali nell’avidità di dominio sul popolo. Legate le masse lavoratrici degli altri paesi d’Europa e del mondo alla volontà dei rispettivi governi — e agli interessi delle rispettive classi dominanti — sono minate le resistenze rivoluzionarie contro le crescenti probabilità della guerra; e quando questa scoppierà, sarà perciò ancora un conflitto di governi, anziché impeto di popoli; competizione di capitalismi nazionali, mascherati d’idealismo, anziché lotta di uomini aspiranti alla propria emancipazione. Sarà insomma l’urto dei rivali imperialismi borghesi, la ripresa della guerra che la paura della Rivoluzione fece sospendere l’11 novembre 1918 — una nuova guerra «to make the world safe for Democracy», dopo della quale la borghesia sarà più ricca e più strafottente, l’umanità più povera e più barbara, la Democrazia più latitante che mai.

Questo è, oggi, il problema della guerra.

Non v’è bisogno d’essere profeti per prevedere quel che diranno i guerraioli. Le giberne di Stalin, dopo aver consentito alla politica sconcia del non-intervento in Spagna, e dopo aver ricattato il popolo iberico e massacrato i pionieri della sua rivoluzione, diranno che quella è la guerra in difesa del socialismo e della «Patria del Proletariato». Dopo avere negate le armi al popolo spagnolo, e sabotata la difesa di Irun, i montoni del Fronte Popolare francese diranno che quella è la guerra rivoluzionaria in difesa dei sacri principii della democrazia e della civiltà. E dopo avere protette le vie del mare alla conquista fascista della Spagna, i collitorti inglesi diranno che quella è la santa crociata della libertà contro la tirannia del medioevo fascista.

Questo ed altro ancora diranno i turiferari più o meno eruditi dell’imperialismo delle grandi potenze, che da quasi un decennio tiene il sacco ai masnadieri fascisti.

Ma chi avrà occhio per vedere e mente per intendere, saprà che cosa pensare della loro retorica. Saprà che se l’imperialismo italiano cerca la guerra per assicurarsi l’egemonia nel Mediterraneo, il tedesco per riconquistare le colonie perdute, il giapponese per impadronirsi della Cina, il liberalismo inglese scende in guerra per difendere il suo vastissimo impero, la democrazia francese per tenersi aperte le vie maestre alle sue colonie e non lasciarsi circondare dagli imperialismi d’Italia e di Germania, il bolscevismo russo, infine, per assicurarsi quei tali sbocchi sul mare «caldo» che rimasero nei secoli sogno irrealizzato della dinastia dei Romanoff.

E comprenderà che nell’urto dei rivali imperialismi nazionali, per lui — lavoratore diseredato del braccio o del pensiero — non v’è altro posto che nell’ufficio o nell’officina a farsi sfruttare e massacrare, o in trincea a farsi dilaniare.


Questa non è la nostra guerra, non è la guerra della libertà né della giustizia; non è la guerra dei lavoratori: è la guerra dei capitalisti, dei politicanti, dei generali, dei ladri. Se la combattano e se la decidano tra di loro. L’esperienza c’insegna — ed è una esperienza che noi stessi abbiamo vissuta — c’insegna che la Democrazia trionfatrice dell’Autocrazia, non è di questa più benigna né più generosa verso i diseredati.

Non cadremo nell’illusione che tante vittime fece un ventennio addietro.

Noi riconosciamo giusta una sola guerra: la guerra dei produttori e degli oppressi contro i monopolizzatori della ricchezza e gli oppressori. Per questa guerra, che chiamiamo Rivoluzione Sociale, e che consideriamo la sola salvezza dal pericolo che sovrasta della carneficina generale, noi siamo disposti a batterci oggi, domani e sempre.

Ma per quell’altra, comunque la mascherino i suoi profittatori, no. Mai!



(L’Adunata dei Refrattari, vol. XVI, n. 35 e 36 del 4 e 11 settembre 1937)