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La teoria del furto



La discussione intorno alla teoria del furto mi sembra analoga a quella intorno alla teoria dell'atto di rivolta individuale.

Secondo me, tutti gli anarchici che rigettano il furto individuale cosciente pure ammettendo ed approvando quello collettivo che chiamano espropriazione, tutti quelli che ammettono logica la rivoluzione e condannano l'atto di rivolta individuale mi sembra che ragionano coi piedi. E non può dirsi tale loro ragionamento sostanzialmente diverso e dissimile da quello dei nostri bravi sfruttatori della borghesia i quali sui loro giornali, nei libri, nelle scuole, dalle cattedre ufficiali, nei parlamenti fanno l'apologia della guerra, inneggiano alle stragi, ai saccheggi ed alle scelleratezze eroiche che della guerra son frutto e predicano come santo, giusto, morale entrare nelle case altrui a fare preda di tutto ciò ch'esse contengono, mentre condannano alla pena di morte o alla reclusione chi, senza alcun complotto, di propria e sola iniziativa, abbatte un tiranno oppure sfama sé ed i suoi espropriando al minuto quanto può capitargli sottomano. In una parola, la strage premeditata di mille è cosa ben fatta; l'uccisione di uno è orrendo delitto. Derubare ed espropriare mille è naturale e giusto, derubare ed espropriar mezzo è antisociale, è immorale, è il furto.

Nessuna meraviglia che sianvi anarchici i quali, possedendo qualcosa al sole o nello scrigno, la pensino così, giacché essi non fanno che obbedire all'istinto naturale di conservazione del maggior benessere possibile; ma che sianvi anarchici poveri, o lavoratori semplicemente, che nutrano simili idee pudibonde, veramente è cosa che fa dubitare se sia o no scopo dell'umanità la ricerca del piacere e del benessere.

E qui, se fossi uno scienziato positivista, vorrei dare al furto una dimostrazione scientifica. Vorrei dimostrare che l'espropriazione od il furto collettivo non è che utopia, mentre l'espropriazione integrale dovrassi invece compiere per evoluzione, a poco a poco — leggi borghese per borghese.

In conclusione, ecco ciò che io penso del furto. Oggi, avendo lavorato dieci ore e mezza, ho potuto guadagnare uno scudo. Domai non trovo da lavorare, quindi non so dare da mangiare a me e ai miei cari. Non essendoci pane, e vivere bisognando pur vivere, eccomi spinto a rubare. Ma questo furto commesso per il supremo diritto all'esistenza, è stato riconosciuto legittimo e necessario anche da qualche giudice di tribunale, in un barlume di buon senso e rettitudine.

Ebbene, se si è giustificato ed approvato il mio furto di pane, non si potrà neppur condannare il furto che io commettessi per affermare ed esplicare il mio sacrosanto diritto di vestire decentemente, d'istruirmi, di abitare una casa degna di uomini civili, di svagarmi, di soddisfare i bisogni del mio essere, il diritto, infine, di non lasciarmi sfruttare da altri che non sia me stesso e di non vendere ad altri le mie braccia.

Così a me pare che, posto ed affermato il diritto all'esistenza il quale giustifica il furto commesso in suo nome, debba paranco affermarsi il diritto al godimento dell'esistenza medesima, e, conseguentemente, il furto che tal diritto intende di soddisfare. Né mi si dica che, in ogni caso, bisogna saper scegliere colui o coloro che devonsi espropriare e che mai il furto dev'essere diretto contro un altro sfruttato. Risponderò semplicemente che lo sfruttato, possedendo meno del necessario, non può temere che alcuno gli tolga il superfluo.


Adro


(La Protesta Umana, anno III, n. 8, 30 aprile 1904)