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Intervista a Léon de Mattis



«Questo libro non deve essere inteso come una presa di posizione a favore dell’astensione o della non-iscrizione alle liste elettorali. L’astensione non è più imperativa di quanto il voto non sia un dovere». Nel suo saggio Morte alla democrazia, Léon de Mattis va oltre il falso dibattito che si riassume in un «elezioni trappola per coglioni». È il principio stesso della democrazia a venire qui attaccato.



– Il punto di vista anti-democratico è in generale quello di coloro che dominano sia affermando che il loro potere deriva da un diritto divino, sia praticando la più grande brutalità. In cosa la tua critica alla democrazia si differenzia da queste concezioni?

La critica alla democrazia è anche una tradizione libertaria, ed è evidente che è da questa parte che si colloca la mia, anche se io non mi definisco un «anarchico». E respingo pari pari il punto di vista democratico e quello anti-democratico, che difende la forza o il diritto divino, come aventi in comune di essere teorie del potere di Stato, dunque dell’oppressione.


– La tua critica alla democrazia attacca la democrazia in quanto tale oppure per ciò che è diventata oggi?

Ogni critica, a mio avviso, è interessante solo se critica ciò che esiste realmente. Va da sé quindi che la critica alla democrazia è una critica delle condizioni contemporanee della democrazia, di ciò che si intende abitualmente, attualmente, con il termine «democrazia» – quindi la democrazia elettiva, rappresentativa, parlamentare, come la si vede funzionare per esempio in Francia nel corso di questa elezione presidenziale. Tuttavia apro il dibattito anche sulla critica di ciò che talvolta si chiama «democrazia diretta», perché a mio avviso il più delle volte si scimmiottano le procedure della democrazia statale riproducendone le tare (formalismo, intrallazzi, ecc.).


– Perché quando si critica la democrazia si viene subito demonizzati?

La cosa peggiore sarà sempre quella, per farci filare dritti. Scegliete Royal altrimenti è Sarkozy, scegliete Chirac altrimenti è Le Pen, scegliete la democrazia altrimenti è Hitler, ecc. Io credo che così lo Stato sia riuscito nel suo ricatto, che consiste nel dire «accontentatevi della democrazia altrimenti avrete la tirannia». Ogni critica alla democrazia viene presentata come funzionale alla dittatura. Ma attenzione: astenerci dal criticare la democrazia non ci risparmierà per questo la dittatura, se un giorno se ne sentirà di nuovo la necessità per salvaguardare ad ogni costo il potere dei potenti.


– Cos’è che potrebbe sostituire questi inviti permanenti a «rispettare la democrazia»?

Il che è come domandare: «cosa proponi al suo posto?». Una cosa è certa, non può essere un altro modo di organizzazione del potere poiché è il potere stesso che bisogna dissolvere. Occorre quindi già eliminare il «cratos» (il potere) dal termine democrazia. Di fatto, non penso che occorra una parola unica per descrivere il processo che permette di sfociare in una decisione collettiva, perché giustamente non esiste per forza una sola possibile. Sta qui «l’errore» del formalismo democratico, reputare che la maniera di organizzare una discussione collettiva pre-esista alla discussione stessa.



(CQFD, n. 45, maggio 2007)